2002
Rizzoli– RCS Libri S.p.A.
Prima Edizione: Febbraio 2002
ISBN: 88–17-86944–9
Capitolo 1
Arici Landa, in boxer e T-shirt, con un lembo di coperta tirato addosso, stava disteso su un letto metallico pieghevole a leggere un romanzo in edizione economica sui mercenari bianchi in Africa.
La grande camera era sovraffollata; due comodini scompagnati di fianco a un letto a due piazze collocato di fronte a un enorme guardaroba di mogano, un brutto cassettone, un imponente tavolo del diciannovesimo secolo e due sedie dallo schienale dritto. Una lampadina pencolante dall’alto soffitto illuminava le pareti chiazzate di vernice vinilica verde chiaro che davano all’ambiente un’aria trascurata. Dalle persiane chiuse filtrava il soffio benevolo di un fronte freddo in via di dissolvimento. Nella stanza ristagnava l’odore stantio dei mozziconi di sigarette.
Landa divideva la camera con suo nipote Caris, che dormiva profondamente sul letto a due piazze, per nulla disturbato dall’occasionale scricchiolio delle molle dal lato di suo zio e dalla luce della lampadina. I capelli castani del giovane spiccavano sul guanciale di un bianco immacolato; la sua gamba sinistra scoperta evidenziava la spigolosità delle ossa in rapida crescita.
Landa sbadigliò, lesse ancora qualche riga del libro, poi lanciò un’occhiata alla Concord Centurion legata al suo polso. Posò il libro sul pavimento e spinse da parte il copriletto. Infilò i piedi nudi in un paio di vecchi mocassini marroni e sorrise alle molle cigolanti.
Si avvicinò al tavolo, estrasse una sigaretta da un pacchetto di Aromas e l’accese. Mentre andava alla finestra tirò la coperta sopra la gamba nuda del nipote. Fermo davanti alle imposte, osservò un breve tratto della Calle Lamparilla cinque metri più in basso. Vi regnava l’abituale tranquillità delle ore dopo la mezzanotte, che non durava più di tre ore e mezzo. A Landa sembrava di sentire il crepitio degli insetti che finivano contro i lampioni, i topi che fuggivano zampettando lungo il cordolo, le unghie di un cane che raschiavano il marciapiede mentre attraversava la strada.
Sbuffando il fumo nel buio, ripensò alla sua esperienza africana. Non era stata come nei romanzi, con le puttane, il whisky, le auto sportive, gli alberghi moderni, i veicoli d’assalto con aria condizionata dalle cui comode cabine si potevano mitragliare i poveri africani terrorizzati senza correre alcun rischio. Aveva dormito in buche sognando serpenti e alligatori, mangiando scatolame in quantità sufficiente a provocare il botulismo, privato della possibilità di soddisfare i bisogni fondamentali per intere settimane. Certe volte non aveva potuto fare la doccia per un mese e quando i testicoli congestionati gli dolevano troppo l’unico modo per dar loro sollievo era manuale e solitario. Ripensava alla periferia di Luanda nel ’75, con logistica improvvisata, popolazione locale diffidente e nemico agguerrito.
Si chiedeva se l’amico di tutta una vita che avrebbe incontrato la mattina seguente aveva letto il libro, poi sogghignò nel constatare quanto era enorme la sua ingenuità. Dopotutto, loro due non erano più Lucertola e Moccioso, i ragazzini che lanciavano pietre ai passeri. Non erano nemmeno più le reclute diciassettenni trasformate in formidabili animali da preda, addestrate rigorosamente in un reparto delle Forze Speciali. I soprannomi e la giovinezza erano svaniti nel giorno in cui erano state attaccate medaglie al loro petto — e a quello di altri undici commilitoni — nel corso di una parata militare trasmessa su scala nazionale dal Canale 6. Al momento at–
tuale la distanza gerarchica fra loro due imponeva la deferenza. Maximino era vicedirettore di un’importante azienda, mentre Landa teneva la contabilità delle paghe, dei debiti e dei crediti in un istituto di ricerca scientìfica. Messi l’uno di fianco all’altro, sarebbero stati come una Moskvic russa parcheggiata accanto a una Porsche. Sarebbe potuta andare peggio, si disse: il suo amico essere ministro e lui spazzino, una bicicletta albanese di fianco a una Rolls Royce Silver Shadow.
I polpastrelli della segretaria di Maximino dovevano essere ancora indolenziti dall’uso del disco combinatore, riflette Landa. Trovare una persona persa di vista tramite l’inefficiente sistema telefonico dell’Avana non era cosa facile. Il martedì pomeriggio, quando aveva afferrato il ricevitore e confermato di essere Arici Landa, aveva udito il sospiro di sollievo della ragazza. Poi la segretaria si era identificata e lo aveva invitato a presentarsi al quartier generale dell’Agile il martedì successivo. Lui aveva accettato d’impulso la convocazione, tanto per vedere come se la passava il suo vecchio amico ma, dopo avere riattaccato, guardando distrattamente una parete, aveva cercato una spiegazione. Maximino voleva qualcosa. Un favore? No, i tipi intraprendenti non chiedevano favori a nessuno. Cercava una persona fidata per il servizio contabilità dell’azienda? Era un’ipotesi più plausibile. Forse Maximino si atteneva all’antica e nobile norma di scegliere fra gli amici.
Arici Landa aspirò una boccata dalla sigaretta e riflette per un attimo sulla situazione. Qualunque nuovo impiego avrebbe implicato nuove sfide, nuovi scenari, prospettive migliori. Se le sue congetture corrispondevano alla realtà, si disse, avrebbe dovuto ascoltare Maximino, esprimere gratitudine, chiedere un paio di giorni di tempo per riflettere e andarsene in fretta: moderazione, prudenza, tatto. Gettò il mozzicone della sigaretta,spense la luce e tornò a coricarsi.
Quando le molle smisero di cigolare, Landa rimase immobile, con le mani intrecciate dietro la nuca, e ammise fra sé di essere stanco e stufo di venire trattato da povero in quasi tutti gli aspetti della sua vita. Gli tornò alla mente l’incontro casuale con Maximino di tre anni prima, quando si erano imbattuti l’uno nell’altro nell’atrio del ministero del Commercio Estero. Lui era tornato di recente da Londra dopo una breve vacanza; il suo amico stava andando all’aeroporto per imbarcarsi su un aereo diretto a Città del Messico e poi proseguire per Tokyo. Abbracci, pacche sulle spalle, scambio conciso di notizie e dei numeri del telefono di casa, il tutto in meno di un minuto.
«Ehi, dobbiamo bere una bottiglia insieme.»
«Quando vuoi, amico. Chiamami quando ritorni.»
«Dieci giorni al massimo. Ci vediamo.»
Poi lui aveva perso il numero scribacchiato sul retro di un biglietto da visita. Forse anche Maximino aveva smarrito il suo.
In seguito il pavimento gli era crollato sotto i piedi, ma lui si era attenuto a una delle sue profonde convinzioni: un vero rivoluzionario non ricorre mai ai vecchi agganci.
Chissà, forse Maximino lo aveva chiamato dopo che lui aveva divorziato da Carla e lei non gli aveva passato il messaggio, infilando una nuova perla nella sua collana di vendette. Landa sbadigliò, abbassò le palpebre e si addormentò di colpo.



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