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Lontano da Cuba (Rizzoli)

Lontano da Cuba (Rizzoli)

2000

Riz­zoli

RCS Libri S.p.A

Prima Edi­zione: Set­tem­bre 2000

Capi­tolo 1

Elliot Steil si sedette su una panchina senza schien­ale sotto un albero del parco pub­blico, appog­giò la cav­iglia sin­is­tra sul ginoc­chio destro, si sfilò un mocassino consu­mato e iniziò a mas­sag­gia­rsi un piede. Un paio di minuti più tardi ris­ervò lo stesso trat­ta­mento all’altro piede, in­fine pog­giò entrambi i tal­loni sul vialetto di cemento e si sgranchì le dita, reggen­dosi alla las­tra di marmo su cui sedeva.

Una gior­nata pesante, riflette Steil. Le scorte di caffè e di zuc­chero si erano esaurite con­tem­po­ranea­mente due giorni prima, e quella mat­tina la sua colazione con­sis­teva in quar­anta grammi di pane bianco raf­fermo e un bic­chiere d’acqua fredda. Poi aveva trovato la ruota poste­riore della bici­cletta a terra. Aveva trascorso settantacin­que minuti aspet­tando l’autobus e alle 10:02 aveva tim­brato il cartellino all’Istituto Politec­nico dove inseg­nava inglese: due ore e due minuti di ritardo. Il pranzo era con­sis­tito in una scarsa e mal con­dita mis­tura di riso e fa­gioli rossi poco cotti accom­pa­g­nati da pomodori troppo maturi.

Steil aveva las­ci­ato l’Istituto alle 17:00, riflet­tendo se sarebbe stato meglio tornare a casa a piedi o spre­care an­cora parte del suo tempo con quell’assurdo sis­tema di tra­sporto pub­blico dell’Avana. L’oscuramento pre­visto dalle 20:00 alle 23:00 e le fac­cende domes­tiche in sospeso lo con­vin­sero a per­cor­rere gli otto chilometri a piedi.

In auto­bus o in bici­cletta, Steil si dimen­ti­cava dei fa­stidi al metatarso, che aveva ered­i­tato da qualche ante-nato sconosci­uto. Ma la soletta orto­pe­dica che appli­cava alle scarpe si riv­elava inef­fi­cace dopo una cam­mi­nata di quar­anta o cinquanta minuti.

Steil sospirò e dis­tolse lo sguardo dalla strada. Due ado­les­centi, che si avvic­i­na­vano, inter­rup­pero il loro scam­bio di bat­tute per lan­cia­r­gli un’occhiata, poi si guar­darono scam­bian­dosi un ampio sor­riso. Il ragazzo biondo e allam­panato con le scarpe da bas­ket sporche, gli ampi pan­taloncini e un pal­lone sotto il brac­cio, improvvisa­mente alzò la testa e si chiuse le nar­ici con le dita.

«Ecchen­nesò? Avrei dovuto portare la mia maschera anti­gas» lo can­zonò il ragazzo più alto, dalla pelle piutto­sto scura, men­tre super­a­vano Steil.

Entrambi i ragazzi emis­ero una serie di singhiozzi e la­menti che vol­e­vano essere una risata. Sei o sette passi più avanti smis­ero di rid­ere, e prima di tornare alla loro con­versazione si «diedero il cinque» due volte.

Steil non si risentì, anzi sor­rise diver­tito, cerio che i pro­pri piedi non emana­vano alcun odore. Dopo aver in­segnato per ven­tanni al liceo, si era abit­u­ato ai modi degli ado­les­centi. Quello che lo affliggeva era lo spag­nolo sgangher­ato che parla­vano i ragazzi. Come pote­vano ef­fettivamente imparare una sec­onda lin­gua quando mal pro­nun­ci­a­vano e mor­ti­fi­ca­vano la pro­pria? Ogni anno il numero di stu­denti che parlava uno spag­nolo appro­priato diminuiva; quelli che lo face­vano erano per la mag­gior pane ragazze. Quelli che ave­vano la capac­ità di scri­vere e comu­ni­care al di sopra della media, la nascon­devano nel tim­ore di essere presi in giro dagli spieiati coetanei.

Il ragazzo biondo e allam­panato pal­leg­giò con mae­stria con la mano sin­is­tra, men­tre i due si allon­tana­vano con­tin­uando a chi­ac­chier­are. Steil si rim­ise i mocassini e riprese la sua strada.

Un’ora dopo, men­tre svoltava l’angolo del suo palazzo, Steil fu avvis­tato e cir­condato da bam­bini che concitata-mente farfugli­a­vano qual­cosa su una macchina nuova di zecca e un tur­ista. Con­sapev­ole che il dolore e la stan­chezza gli face­vano perdere la pazienza, cercò di distri­carsi dalla com­bric­cola. Ma i bam­bini con­tin­u­a­vano a im­pedirgli il pas­sag­gio, saltando e gri­dando che «l’ameri­cano» aveva dato loro della gomma da mas­ti­care. Steil si fermò e li guardò arrab­bi­ato impo­nendo il silenzio.

«Va bene. Lemar, che cosa è accaduto?»

«Un “amer­i­cano” ti sta cer­cando. È venuto con quella macchina» disse il ragazz­ine, indi­cando davanti a sé. «Ci ha dato della gomma da masticare.»

Per un attimo Steil fu troppo sor­preso per rea­gire e con­tinuò a fis­sare il bam­bino di nove anni, capo indi­scusso della banda. «Va bene, gra­zie tante. Adesso tor­nate a quello che sta­vate facendo.»

Steil si voltò e scrutò la Toy­ota Corolla gri­gio perla par­cheggiata accanto al mar­ci­apiede, pro­prio di fronte al pa­lazzo del suo appar­ta­mento. Aveva una targa tur­is­tica, dietro al volante sedeva una figura indis­tinta. Prose­guendo stan­ca­mente, si avvicinò al posto di guida, mise la mano sin­is­tra sul tet­tuc­cio della macchina e si chinò. Un uomo sulla ses­san­tina lo guardò, le folte soprac­ciglia si soll­e­varono per un istante e la bocca si aprì per la sorpresa.

«Cerca qual­cuno?» chiese Steil.

«Gra­zie a Dio» disse il con­du­cente. «Nes­suno sem­bra par­lare inglese da queste parti, l’unica cosa che sanno dire è “dammi questo dammi quello”. Sì, sto cer­cando El-liot Steil.»

«Sono io.»

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